La Repubblica
22 aprile 2005

Spettacolo magnifico e intenso
con grandi interpreti

di MICHELANGELO ZURLETTI

REGGIO EMILIA - L´enorme successo della mozartiana Zauberflöte con acclamazioni e standing ovation ha una spiegazione semplicissima: è un´esecuzione limpida, esemplare, aerea di un capolavoro sul quale è molto facile (e normale) accanirsi alla ricerca del superfluo. In senso musicale e visivo.

Daniele Abbado chiede allo scenografo Graziano Gregori non tanto di riempire il palcoscenico ma di svuotarlo. Scompaiono i templi massonici o almeno si riducono a macchie di luce e così scompare l´iconografia geometrica e carpentieristica di sempre. Il rito di iniziazione diventa un semplice viaggio verso la luce e verso l´amore. Privata degli orpelli di sempre la storia di Schikaneder risulta meno brutta del solito. Sarastro è lì, in toga bianca, coni suoi accoliti, la Regina della Notte è lì con le sue Dame in abiti neri, i due innamorati seguono in abiti chiari il richiamo del cuore più che gli obblighi della setta, Papageno perde le piume e si riduce a un elementare uomo di natura (costumi di Carla Teti) e tutti ascoltano più Mozart che Schikaneder. Ma poiché in teatro niente è più complesso della semplicità, il niente della scatola scenica è solcato da botole, finestre, porte, pareti che scivolano, si dividono a fette, ponti che si abbassano, pedane che scivolano in un gioco continuo e inesauribile. Insostituibili in questi movimenti continui le luci di Guido Levi.

Claudio Abbado, al suo primo Flauto magico, ci regala non solo un´esecuzione splendida ma in alcuni momenti straordinaria (il duetto Pamina-Papageno, il meraviglioso recitativo curato nei minimi dettagli tra Tamino e il Sacerdote, la spettacolosa aria di Pamina "Ach, ich fühl´s"). Determinante il contributo della Mahler Chamber Orchestra che esibisce un suono splendido, intenso e corposo anche nei pianissimi più rarefatti (l´aria di Pamina) e dell´ottimo Coro di Baden-Baden. Quanto alla compagnia, che dire della Pamina di Rachel Harnisch se non che non abbiamo mai ascoltato l´uguale? E del Papageno di Nicola Ulivieri, splendido di voce e di gesto? E di Christoph Strehl, un Tamino che diventerà un Heldentenor dei prossimi anni? Ineccepibile come sempre Matti Salminen, ottimi il Sacerdote di Georg Zeppenfeld, il Monostatos di Kurt Azesberger, i tre Genietti della fucina Tölzer Knaben Chor, le tre Dame, la Papagena di Julia Kleiter e gli altri. Qualche dubbio aveva suscitato Ingrid Kaiserfeld nella prima aria della Regina della Notte, assorbito però dalla seconda, realizzata perfettamente.

 

CORRIERE DELLA SERA
venerdì, 22 aprile, 2005

MUSICA LIRICA RAPPRESENTAZIONI
A Reggio con la regia del figlio Daniele
Abbado e la raffinatezza del suo "Flauto magico"

REGGIO EMILIA - Rose e fiori per la prima volta insieme degli Abbado, padre Claudio e figlio Daniele, in una produzione d' opera: un Flauto magico in scena al Valli di Reggio Emilia, che segna curiosamente il debutto nel titolo dell' Abbado meno giovane, poiché Daniele una regia della tarda opera di Mozart l' aveva già firmata, e pure di qualità (con le scene fiabesche di Lele Luzzati). La figura puntata del "Dreimalige Accord" con cui inizia l' Overtüre è eseguita così "stretta" e così rapido il tema del fugato che segue, che si comprende da subito in quale direzione vada la lettura di Abbado senior. Sonorità secche, compatte, elettriche; tempi guizzanti. Che diamine, la Zauberflöte è un Singspiel; e c' è pure, grazie anche alla duttilità della Mahler Chamber Orchestra, la freschezza, il senso del giocoso, la leggerezza, lo stupore del gratuito. Tutto il primo atto segue questa falsariga. Poi, si sa, entrano in ballo il solenne, lo ieratico, lo stile "alto" dell'opera seria, il corale e gli stilemi del sacro. Ma non si corre alcun rischio "ideologico". Abbado non fa il filologo: segue e asseconda gli stili del titolo più eclettico di Mozart. Persino nel volto, rivive quelle emozioni con l'intensità di un ragazzo ma con l'esperienza dell' artista nella piena maturità. Ne sortisce una Zauberflöte stupenda.

Tra animali e mostri di cartapesta, burattini e silhouette, macchine barocche e apparati simbolici, lo spettacolo di Abbado junior non difetta certo di idee. Ve ne sono eccome, fors' anche più del necessario: non ne emerge, tuttavia, una chiave interpretativa unitaria. Quando si attesta sui registri del favolistico, del fantastico e del giocoso, lo spettacolo tocca i suoi vertici, anche perché è realizzato con sicura mano artigianale. Appassiona meno quando si ingarbuglia nel tentativo di significare per via simbolica i tratti esoterici e filosofici; in tali frangenti perde peraltro qualcosa in termini di ritmo teatrale, che diviene meno fluido. Peccato poi l' errore nel finale, quando tutti, vincitori e vinti, si abbracciano festanti: la scena ha il sapore del " volemose bene " ed è in ultima analisi moralistica. Averne, comunque, di spettacoli così, e così ben recitati.

Vinta infine la scommessa sul cast. Sono quasi tutti giovani e bravi, vocalmente non meno che scenicamente. E per una Regina della notte (Ingrid Kaiserfeld) che canta meglio la seconda aria della prima (un classico), c' è un Papageno elettrizzante (Nicola Ulivieri) che domina la scena e va oltre le più rosee aspettative. Applausi alla virginale Pamina di Rachel Harnisch e al pimpante Tamino di Christoph Strehl; allo statuario Sarastro di Matti Salminen e al virile, spigliato Monostatos di Kurt Azesberger. Bravi, bravissimi tutti, Damen e Knäbchen inclusi. Il coro di Baden Baden talora si fa un po' trascinare ma è poca cosa nel contesto di un' esecuzione da ricordare a lungo.

Enrico Girardi

 

Giornale della Musica
21 aprile 2005

Il primo "Flauto" di Abbado

Claudio Abbado è uno dei pochi direttori d'orchestra in grado di sviscerare ulteriormente capolavori abusati come la trilogia dapontiana e in generale mostra un approccio decisamente moderno nei confronti di Mozart, in cui appare evidente un'idea espositiva che non bada tanto alla bellezza puramente estetica della partitura ma a ciò che essa nasconde, alla sua essenza, a volte così semplice quanto complessa. Quello che "Die Zauberflöte" (affrontato finalmente dal maestro dopo alcuni ani di attesa) cela straordinariamente sotto la patina fiabesca è un universo composto di bene e male: chi sceglie la via della conoscenza e intende accostarsi alla natura delle cose in senso filosofico potrà trovare l'amore, sarà in grado di comprendere la differenza tra luce e oscurità. Per realizzare questa idea sono serviti ben due Abbado, Claudio e il figlio Daniele, regista dello spettacolo in scena al Teatro Valli di Reggio Emilia coprodotto con il Comunale di Ferrara, Modena e il Festspiele di Baden-Baden. Sulle semplici e funzionali scene di Graziano Gregori, la vicenda procede come un soffio inarrestabile, sostenuta da un tessuto musicale che la sempre splendida e giovane Mahler Chamber Orchestra realizza con impareggiabile maestria. La direzione di Abbado riesce ad alternare attimi di delicata poesia come il commosso duetto tra Tamino e Pamina, ad altri di compiaciuta goliardia sonora riservata a Papageno. È un sogno che sembra realizzarsi questo "Flauto Magico" e merita pienamente i lunghissimi venti minuti di applausi rivolti a tutti i suoi artefici tra cui vale la pena menzionare i protagonisti vocali Christoph Strehl, Rachel Harnisch, Nicola Ulivieri, Matti Salminen. Letteralmente l'unica nota stonata proveniva purtroppo dalla Regina della Notte Ingrid Kaiserfeld, ma anche a lei, nella festa generale, erano riservati i fiori di un pubblico festante.

Alessandro Di Gloria

 

L’Avvenire
21 Aprile 2005

LA GRANDE MUSICA: I melomani hanno tributato lunghe ovazioni alla coppia Era la prima volta che il direttore si misurava con la celebre partitura mozartiana
Il debutto degli Abbado per un grande Mozart
Schermi in piazza e tre teatri esauriti a Reggio Emilia per "Il flauto magico" diretto dal maestro con la regia del figlio. Ottimo il cast e 15 minuti di applausi

Da Reggio Emilia
Pierachille Dolfini

Fiori che piovono dall'alto. Applausi che durano un quarto d'ora. Ogni volta che Claudio Abbado sale sul podio è una festa. Lo è quando dirige un concerto, ma lo è ancora di più quando si cimenta con un'opera, genere con il quale, da quando ha lasciato la Scala, si confronta meno frequentemente. Festa, dunque, ieri sera a Reggio Emilia per il mozartiano Flauto magico, partitura con la quale il direttore d'orchestra si è misurato per la prima volta nella sua carriera. Festa, però, che ha risentito degli echi di un altro successo, quello raccolto da Riccardo Muti, eterno rivale di Abbado che nella "sua" Napoli ha ricevuto la laurea honoris causa in Lettere moderne all'università Federico II. Dunque, ancora una volta, a distanza di poche ore, si è rinnovata la storica sfida tra i due giganti italiani del podio. Un derby, diremmo in termini calcistici: da una parte Abbado, sotto i riflettori a Reggio Emilia per Il flauto magico, spettacolo che ha dato il la all'inedita collaborazione del direttore d'orchestra con il figlio Daniele, regista dello spettacolo. Dall'altra Muti. E se in buca per Abbado c'era la Mahler chamber orchestra, formazione giovanile fondata dal direttore milanese nel 1997, Muti a Napoli ha tenuto la sua lectio magistralis con la Cherubini, orchestra giovanile che il maestro ha fortemente voluto e che ha tenuto a battesimo lo scorso dicembre a Piacenza. E non è finita qui. Scegliendo Il flauto magico Abbado ha anticipato il collega che a luglio sarà a Salisburgo con la stessa opera (in regia ci sarà Graham Vick) per inaugurare le celebrazioni dell'anno mozartiano che ricorda i 250 anni dalla nascita del musicista. Il flauto magico di Abbado è andato in scena in una Reggio Emilia per una sera capitale italiana della musica classica: teatro Valli esaurito da gennaio, maxischermi in altre due sale cittadine, l'Ariosto e la Cavallerizza, anche queste con nemmeno una poltrona libera. Opera in diretta anche in piazza San Prosp ero nonostante il cielo abbia riversato sulla città diversi scrosci d'acqua. I melomani italiani (tra loro Michele Placido), la critica, i fedelissimi di Abbado che lo seguono da una parte all'altra del mondo, si sono dati appuntamento al teatro Valli per applaudire l'allestimento firmato da Daniele Abbado insieme a Graziano Gregori (scene) e Carla Teti (costumi). Quello degli Abbado è un Flauto magico che diventa favola intellettuale: niente Egitto da sogno, ma il palcoscenico è una grande scatola nera con botole che si aprono, porte che si spalancano per lasciare entrare i personaggi che raccontano la loro storia dove si intrecciano vita, amore e morte. Ecco che l'Oriente immaginato da Mozart diventa oggi, un qui ed ora dove troviamo l'uomo moderno alle prese con i grandi interrogativi dell'esistenza. È questa la lettura dell'Abbado regista,che realizza uno spettacolo all'ennesima potenza dove tragico e comico convivono alla perfezione, ma anche quella dell'Abbado musicista: il direttore si avvicina al Flauto magico con gli slanci e i respiri ampi della maturità. Ottimo il cast a cominciare da Nicola Ulivieri che è Papageno e Matti Salminen che è Sarastro. Accanto a loro Christoph Strehl (Tamino), Rachel Harnisch (Pamina), Julia Kleiter (Papagena) e Ingrid Kaiserfeld (Regina della notte). Buona la prova del Festpielchor di Baden Baden. Abbado trionfa tra il suo pubblico.

E dopo Reggio Emilia è pronto a partire in tournée con questo Flauto magico atteso a Ferrara (26 e 28 aprile) e Baden Baden (14, 16 e 18 maggio). In settembre, durante le repliche di Modena, lo spettacolo sarà registrato e saranno realizzati cd e dvd.

 

Giornale di Reggio
22 Aprile 2005

Un’esecuzione che cancella secoli di interpretazioni.
Perfetta comunione di musica e dramma

Strabiliante il Flauto Magico di Abbado: Abbiamo assistito a un evento epocale

Lo confesso impudicamente: mentre mi accingo a scrivere queste note sono ancora sotto shock. Ho trascorso una notte agitata, tutta pervasa dalla sensazione di essere stato testimone di un evento artistico e culturale epocale.

Dopo l'esecuzione del Die Zauberflote di Wolfgang Amadeus Mozart, andata in scena l'altra sera al teatro Municipale e che sarà replicato questa sera, la storia dell'interpretazione di questo immenso capolavoro non potrà più essere la stessa. Claudio e Daniele Abbado hanno cancellato due secoli di esecuzioni, consegnando alla memoria solo ricordi di episodi, non il senso di uncapolavoro. Questo Flauto Magico - ritorno alla lingua italiana - ha davvero una dimensione epocale. Va oltre le regole perchè ne stabilisce di nuove. Fa giustizia di luoghi comuni oramai diventati delle vere e proprie incrostazioni sino a snaturare le ragioni stesse dell'opera. Ho trascorso ore a ricercare nella mia memoria spettacoli che abbiano suscitato in me la stessa emozione dell'altra sera. Forse l'Anna Bolena di Donizetti col trio Gavazzeni - Callas - Visconti; forse il Faust di Gounod diretto da Georges Pretre con la regia di Jean Louis Barrault; forse il Simone, il Macbeth e il Don Carlo di Verdi che Abbado ha diretto alla Scala con le regie di Strehler e di Ronconi; forse i Masnadieri di Firenze diretti da Gavazzeni con la regia di Grungens; forse il Boris di Abbado con la regia di Ljubimov; forse il Don Carlo dell'Arena di Verona con la direzione di Inbal e la regia di Jean Vilar; forse il Ratto dal Serraglio di Mozart a Salisburgo diretto da Bohm con la regia di Strehler e le scene di Luciano Damiani che resistette in cartellone per vent'anni, tanto che cambiavano gli artisti quando morivano; forse il Parsifal diretto da Karajan. Forse! Forse! Forse! Mi accorgo che a furia di "forse" ho rifatto la storia dell’interpretazione dell’opera degli ultimi cinquant’anni. Mezzo secolo che scompare dopo aver assistito a questa edizione del Flauto Magico: talmente bella ed importante che ti fa persino arrabbiare dato che, per quanto mi sforzi, non riesco a trovare un solo momento sul quale soffermarmi per fare il sofista. Forse - e ci risiamo - i tre mostri iniziali sono l’unica concezione ad un fantastico un po’ kitch; oppure i trilli della prima romanza della Regina della Notte che francamente non erano fra le emissioni più pure ed eleganti per quella che è la romanza più difficile della storia del melodramma. Forse, e ancora forse. Ma è puro sofisma. Pedestre giustificazione ad un ruolo proprio del critico che è quello di cercare il pelo nell'uovo. Per il resto tutto perfetto, tutto bello, tutto affascinante, tutto coinvolgente, tutto esaltante, tutto miracoloso a dimostrazione che quando si possiedono cuore ed intelligenza i miracoli sono anche cose di questo mondo.

Perchè dunque questo Flauto Magico è così bello? Premesso che il Flauto Magico è un capolavioro di per sè, a rendercelo tale è stata la perfetta comunione che si è venuta registrando fra la musica ed il dramma, laddove la musica si è fatta dramma ed il dramma musica. Daniele Abbado, in una delle tante intervista concesse in questi giorni, ha detto che un regista lavora bene quando si confronta con un grande direttore. Verissimo, anche se non sempre è accaduto. Leggasi la lite scoppiata fra Karajan e Strehler proprio a proposito di un Flauto salisburghese. Regista e direttore lavorano bene quando la pensano allo stesso modo, quando le idee musicali del direttore collimano con quelle spettacolari del regista; quando la lettura critica della partitura da parte del direttore d’orchestra è la medesima che il regista dà drammaticamente dell’opera.

Nel caso del Flauto reggiano padre e figlio si sono ritrovati a ideare, creare, concertare e dirigere un’opera nata e pensata in casa. Claudio Abbado ha diretto orchestra e cantanti in maniera funzionale allo spettacolo e Daniele Abbado a creato l'atmosfera ed istruito gli artisti in maniera tale che fossero essi stessi strumenti della medesima musica. Tanto Claudio Abbado ha essenzializzato l'esecuzione musicale, portandola a livelli di razionalità interpretativa davvero superiore, quanto Daniele Abbado ha spogliato la rappresentazione di tutti gli orpelli che l’hanno oppressa sino ad oggi, riducendo quello che è un trattato di etica filosofica, ad un vero e proprio manifesto dell’illumismo razionalistico. Non dimentichiamo mai che il Flauto nasce nel 1791 quando il secolo dei lumi ha completamente assorbito la filosofia di Voltaire e di Diderot. Da due anni arde in Francia il fuoco della rivoluzione ed il mondo della Controriforma sta per tirare le cuoia. Papageno non è più l’uomo mezzo uccello, ma diviene l’interprete di quella verità popolare che lo fa assurgere all'immagine di Bertoldo. Tamino e Pamina percorrono l’itinerario che, attraverso il superamento delle difficoltà esistenziali, li condurrà all’incontro d'amore che è la conclusione di un percorso di verità. Sarastro è il pontefice di sentimenti fortemente ecumenici, presenti in ogni momento della nostra vita e quindi proposti alla ricerca di essi ed individuando nella prepotenza, nell’inganno, nell'ambizione, nel desiderio i nemici da abbattere con le sole armi della fede e della verità: premio l’amore. Gli stessi riferimenti orientali, a Iside e a Osiride, sono gli estremi di un nuovo esoterismo ai quali affidare il destino degli umani in cerca di terrene forme di felicità e amore. A questo contesto si adeguano gli uomini e la natura, evocati dal suono del flauto che tutto riduce alla ragione, mentre il suono del glockenspiel alimenta il fuoco della speranza nella felicità. E i simboli massonici? E tutta la letteratura che si è fatta attorno a questa ipotesi artistica? Flauto Magico non ha bisogno di triangoli, nè di soli, nè di grembiulini per lanciare al mondo il suo messaggio che si erge sui supremi valori della libertà e del rispetto. Il Flauto è di per se stesso il manifesto di una massoneria che rappresenta la punta più avanzata del processo culturale innescato dall’illuminismo: E' la massoneria dell’intelletto, della scienza, del sapere, dell’amore. Non ha niente a che vedere col concetto che noi abbianmo della massoneria. Nel Flauto il messagio massonico, se mai c’è, è manifesto politico. Tutto questo è stato relizzato nel Flauto Magico allestito da " casa Abbado".

Con semplicità e sapienza, con partecipazione ed emozione. Una scatola nera che si dispiegava a tutti i momenti del dramma, giochi di luce alternati ad invenzione fantastiche; ma soprattutto una capacità di recitare musicalmente da parte dei protagonisti davvero stupefacente. E la musica? Col Flauto Magico Claudio Abbado ha toccato i vertici del suo modo di essere musicista: interprete raffinatissimo, in funzione di una analisi culturale alquanto approfondita. La Mahler l’ha seguito in modo perfetto dando una ulteriore dimostrazione di compattezza e di duttilità, di grandi individualità al servizio di un collettivo estremamente compatto. Una menzione per il flauto e per Enrico Cacciari, maestro al Glockenspiele. Il palcoscenico ci ha presentato una palestra di talenti: dal possente Sarastro di Matti Salminen, degno erede del compianto Matti Talvela, al fantastico Taminoi di Christof Strehl che ha rinnovato i miti di un Dermota o di un Wundelich grazia ad una vocalità bella nel timbro, possente della forza e duttile nel fraseggio. Forse pochi avvertono che il ruolo di Tamino è propedeutico all’heldentenor wagneriano. Almeno io la penso così. Grande come cantante e come attore Nicola Ulivieri nel ruolo di Papageno, come pure affascinante la struggente vocalità di Rachel Harnisch, bravissima Pamina. Un applauso convinto a Ingrid Kaiserfeld che ha sfidato impavida la insidie della Regina della Notte. A lei dobbiamo accomunare le tre dame: Caroline Stein, Heidi Zehnder e Carolyn Schluter, un capolavoro di musicalità ed intonazione. Bravissimo Kurt Azesberger che ha disegnato un Monostatos talmente musicale da aver adeguato alla musica più del ruolo, le movenze. Una menzione particolare ai tre piccoli membri del Tolzer Kaben Chor. Tre piccoli, ma veri artisti. Mi hanno fatto venire la nostalgia di Vienna, della messa nella Cattedrale di Santo Stefano per poter riascoltare questo complesso che non è di voci bianche, ma di vere e autentiche voci. Bravi! Bravissimi. Di grande spessore musicale il coro del festival di Baden Baden diretto con infinita sapienza da Anne Manson. A questo punto i critici della mia generazione scrivevano: bene gli altri. Lo scrivo anch’io più per necessità di spazio che per volontà personale. Questa sera si replica con la sola variante di Markus Werba (figlio del grande Erik) nel ruolo di Papageno. Poi via verso Ferrara, Baden Baden per ritornare a Modena. Speriamo che il suono di quest Magico Flauto eccheggi in tutto il mondo anche se noi reggiani ne rivendichiamo, gelosamente, la paternità.

UMBERTO BONAFINI

 

operaclick
25 aprile 2005

Reggio Emilia, Teatro Valli: Die Zauberflöte

Mega schermi per la città e diverse migliaia di spettatori per la prima, videoascoltatori compresi. Arriva così, e a Reggio Emilia anziché nella più prevedibile Ferrara, il debutto di Claudio Abbado alla direzione dello Zauberflöte di Wolfgang Amadeus Mozart. Settantadue primavere per il direttore milanese, prima di decidersi a dettare quelle cinque note ascendenti di flauto che promuovono la magia a componente del suono e impongono all’utopia di farsi elemento guida di una delle più belle partiture finora composte.

Zauberflöte quindi l’evento, per i molti che l’hanno visto e ascoltato al Teatro Valli, o dai megaschermi di Piazza San Prospero o dei Teatri Ariosto e Cavallerizza, come per quelli che ne hanno letto i resoconti e le critiche nei giorni successivi, qua e là fra le notizie di religione, politica e mondanità dei principali quotidiani italiani, isole comprese.

A dire il vero il venerdì sera, 22 aprile giorno della prima replica, di quel trionfo annunciato e verificatosi al mercoledì v’erano rimaste soltanto alcune tracce, ma sia pur l’evento trasformatosi in occasione, del buono da ricordare ce n’è stato. Sospeso ogni fiato alle 19 in punto, dal golfo mistico si son levati i primi accordi e si son chiarite presto le intenzioni del Maestro. Lettura asciutta, dritta e concreta di una partitura che tanti han già preso per mistica, ermetica e, tanto per cambiare, favolistica.

Conviene, per darci un taglio adesso ad argomenti del genere, disporsi verso un confronto lasco, dai tempi meno incalzanti della lettura e dove un bicchiere di vino e magari del buon cibo, possano rasserenare anche i momenti d’incomprensione o di fatale disaccordo che approfondendo nemmeno tanto si potranno trovare e ritrovare.

Consiglio caldamente la lettura di un intrippante saggio pubblicato sull’ancora interessantissimo programma di sala del Teatro Valli, dove Mozart e il suo Flauto sono da Lidia Bramani esaminati in un contesto di elevato senso realista dove, forse meglio che in ogni altro luogo, si chiarisce la lettura che dello Zauberflöte dà Claudio Abbado. Il testo, di tendenza musicologica ma sostenuto da una robusta argomentazione storiografica, indaga la natura dell’opera in relazione al contesto esterno e interno al suo autore. Scalzati i luoghi comuni sui significati dell’appartenenza di Mozart alla massoneria, e ridotti a un puro accenno l’indagine sui suoi simbolismi, la Bramani cerca la definizione di un Mozart profondamente sensibile alla composizione sociale del tempo fino ad avvertirlo come musicista perfettamente consapevole del proprio ruolo: artista in grado di confrontarsi con le contraddizioni umane senza abbandonarsi, ma anche senza rinnegarne alcunché, alla fascinazione del Mito. Inteso però come Mythos omerico che qui, più che mai, è sembianza ed essenza di ""parola", "discorso", "progetto", "macchinazione"".

L’Amadeus che ne esce è probabilmente quello idealizzato da Abbado: illuminista pressappoco comunista, spregiudicato, ribelle al bigottismo e all’ipocrisia, arguto e patologicamente incline al piacere, fratello di coloro che lottano contro la pena di morte e di chi è incline al perdono; profondamente ancorato a un senso di giustizia che, anche nel Flauto Magico, dà rigore etico a ogni aspetto della narrazione.

Di questo vi sono tracce evidenti nella guida orchestrale, più che nella composizione del suono che la Mahler Orchestra restituisce. Di questo sono avvertimenti, marginali magari ma non certo poco manifesti, il ritmo puntato e sempre sostenuto scelto da Abbado per l’ouverture, che segnerà una condotta coerente con tutto il resto dell’opera, ma anche certe espressioni d’immediatezza sonora che danno un’idea circolare e mai segmentata dell’intero discorso musicale e teatrale.

Complice fidato, per questa sorta di presentazione unitaria e mai sfilacciata, la cifra stilistica su cui è fondato l’intero impianto scenografico, costumi compresi. Tutto è essenziale, tutto rifiuta l’eccesso (o come potremmo forse meglio definirlo: lo spreco). Il teatro che ne emerge è quello dell’essenzialità. Né povera, né ricca; non di privazione (come è stato invece detto da qualcuno), non di sottrazione. È, forse (mi permetto la parolaccia), un teatro di eleganza. Dove la rima si trova in accezione positiva: con misura e sostanza.

Tale è l’impianto scenografico che presenta quinte sempre nere, contrassegnate da pochi elementi di colore o di trasparenza e da improvvisi squarci capaci di rendergli la vivacità funzionale che da queste ci si aspetta. Tali sono i costumi che non "evitano" (come s’è detto) riferimenti a passati allestimenti, ma invitano invece alla marginalizzazione della favola in favore di un confronto con una realtà non illusoria, metafora e allegoria di un mondo fatto da sostanze multiformi, peraltro fruibili da più punti di vista. Laude convinta quindi a Daniele Abbado, regista e a Boris Stetka, suo collaboratore; a Graziano Gregori, scenografo e a Carla Teti, costumista. Ottime luci e ombre prodotte da Guido Levi.

Tali propositi mi sono però sembrati svanire parzialmente al cospetto di un’orchestra che non ha dato il meglio di sé e di un cast che poteva anch’esso dare di più.

Bravi, però, sono stati bravi tutti. Bene ha fatto, in particolare, Christoph Strehl, che ha valorizzato al meglio una materia vocale di buona fattura, prendendo su di sé, grazie anche a una recitazione sicura, il massimo della responsabilità del ruolo centrale di Tamino. Bene anche Rachel Harnish, Pamina finalmente a suo agio (assai meglio che in Fiordiligi dello scorso anno), che pur non riesce a evitare alcuni momenti di debolezza – il canto si spezza nel filato più bello, una frase si chiude perché viene a mancare il fiato a tenere la nota di chiusa – che sembrano ora una sua caratteristica. Sospetto siano più motivi di spossatezza (mangerà forse troppo poco, l’incantevole soprano?) che d’impostazione a giocarle tali scherzi. È bene però che la splendida creatura "dalla pelle più bianca del marmo" indaghi presto e a fondo, per non sprecare un patrimonio naturale così considerevole. Bravo è anche Markus Werba, che ha voce dal timbro bellissimo ma che ha frasi troppo spezzettate. Il canto di Papageno è anche lirico e necessita morbidezze che Werba non è sembrato voler cogliere. I mezzi ci sono però tutti, vocali e teatrali, e credo che i suoi margini di miglioramento rispetto alla prova offerta venerdì sera siano notevolissimi. Matti Salminen è invece un perfetto Sarastro sulla scena e finché si tratta di declamare. Nel canto riflette purtroppo una certa stanchezza e il naturale logorio non gli concede un registro grave soddisfacente quanto il ruolo richiederebbe. Königin der Nacht, la Regina della Notte, è stata affidata alla voce e alle sembianze del soprano austriaco Ingrid Kaiserfeld, a mio avviso mai in parte. La voce è di bel timbro, accattivante nei colori densi e caldi che sa emettere ma è emessa con una certa difficoltà. Se avesse avuto problemi di salute, come in giro s’è detto, avrebbe fatto bene a comunicarlo prima di iniziare la recita. La sua prestazione si è praticamente limitata alle due arie, nascondendosi per tutto il resto del tempo. Cantare un ruolo non significa interpretarne soltanto i momenti salienti, ma restituirne il personaggio nella sua interezza, così come pensato e voluto da compositore e librettista. È a mio avviso imperdonabile risparmiarsi in vista di un certo punto, seppur difficile come quelli che si presentano alla Regina della Notte. Perciò la sua prestazione m’è parsa insufficiente e insignificante, pur riconoscendole doti che dovrebbe custodire con maggior attenzione e per le quali dimostrare maggior senso di responsabilità. Kurt Azesberger è affidabilissimo e buon Monostatos. Corretta la Papagena di Julia Kleiter che adatta bene un mezzo di per sé non apparso straordinario. Le tre Dame della Regina: Caroline Stein, Heidi Zehnder e Anne-Carolyn Schlüter, erano bravissime e bellissime in scena. Bene hanno fatto gli altri, fra cui è indispensabile ricordare i tre bambini che hanno retto i rispettivi ruoli con buona intonazione di canto e discreta presenza in scena.

Il coro ha dimostrato un’ottima preparazione pur essendosi trovato in asincrono con le indicazioni di Abbado in più di un’occasione. Un plauso particolare merita Jacques Zoon, primo flauto dei Mahler, mentre da Antonello Manacorda e dall’intera sezione degli archi si poteva forse attendere qualcosa in più, come anche dai timpani di Martin Piechotta, poco incisivi in più di una occasione.

Una domanda infine mi pongo a conclusione della lettura della locandina: che tipo di consulenza avrà dato Cesare Mazzonis in questa produzione? Con questa piccola curiosità e un grande senso di piacere residuo, mi congedo dal Flauto Magico di Claudio Abbado.

David Toschi

 

AMICI DELLA MUSICA
Cronache dal Palcoscenico

Successo dell’opera di Mozart diretta da Claudio e condotta da Daniele
Ecco il Flauto dei due Abbado

di Athos Tromboni

FERRARA - Chi ha fatto la fila "the last minute" al botteghino, prima al Teatro Valli di Reggio Emilia e la settimana successiva al Comunale di Ferrara, per comprare lo scampolo di biglietto per il Flauto magico di Mozart diretto da Claudio Abbado, è stato ricompensato del sacrificio. Non solo per la concertazione e direzione del maestro milanese sul podio della Mahler Chamber Orchestra (suo il contribuito maggiore alla realizzazione di uno spettacolo di alta qualità), ma anche per la regia del figlio Daniele Abbado che condivide, col podio, il merito di una lettura scarna ed efficace della partitura mozartiana. Abbiamo seguito la prima serata del Flauto al Comunale di Ferrara dove erano passati, negli ultimi 15 anni, tre produzioni di quest’opera mozartiana: una diretta da Ton Koopman (1990), una da John Eliot Gardiner (1995) e quella attuale. Ma esistono, in disco e in video, centinaia di edizioni e dunque l’apparato critico-comparativo ha di che sbizzarrirsi. Diventava interessante allora cercare di capire come Claudio Abbado, al suo debutto nella direzione di quest’opera, fosse riuscito a cavar fuori dallo scrigno il solito cesellato gioiello d’interpretazione.

Lo ha fatto con una lettura scarna ed efficace, abbiamo detto; lontanissima dalle leziosaggini del direttore-filologo, ma molto distante anche dalla bellissima (inimitabile) edizione protoromantica realizzata da Gardiner. Claudio Abbado, in questo Flauto, fa tesoro della sua esperienza rossiniana e prefigura un Mozart debitore di Rossini (nella fine cesellatura di un udibile mai prima risuonato uguale sotto il cupolone e dentro i palchetti del teatro ferrarese), più che di Beethoven e Mendelssohn. L’amalgama che Abbado dà al suono, soprattutto negli incisi solistici strumentali e nella sinfonia iniziale, è dolcemente rattenuto nei pianissimi, anche come tempo, cresce, si rinforza, esplode con la gradualità invalsa nella prassi rossiniana conforme al gusto (e alla frontiera tecnologica, che ci sta abituando a pretendere trasparenza anche dei suoni al limite dell’udibile, fino ai 17 mila hertz) del terzo Millennio. Questo come metodo. Ma come colore, come nuances, il Flauto diretto da Abbado rimane un’opera dal respiro austrotedesco, intimamente austrotedesco e fa cogliere la differenza fra l’opera italiana e l’opera tedesca, fra la scrittura vocale italiana e quella tedesca. Ecco che Beethoven e Mendelssohn, fatti uscire dalla finestra per dare spazio a Rossini, rientrano dalla porta a pieno titolo. 

Sembrerebbe un nonsenso spiegare l’esecuzione di Mozart facendo riferimento a Rossini (nato l’anno dopo la morte del salisburghese), ma nell’interpretazione orchestrale di Claudio Abbado è emerso proprio un genietto, l’antifilologo, al punto che nell’esecuzione si potevano traudire non solo Rossini ma anche Berio e Nono, musicisti del Novecento così cari al direttore. Un Abbado, dunque, che punta al futuribile, più che dimenarsi nella riedificazione del passato. Scarna ed essenziale, ma bella, anche la regia del figlio Daniele, con i cantanti istruiti a recitare benissimo. Nel cast non tutto è filato liscio. La parte più attesa e pirotecnica, quella della Regina della notte, ha in parte deluso le aspettative: alla fine della prima aria il soprano Ingrid Kaiserfeld è stata beccata da un giustificato buuuh! del loggione per l’esecuzione melliflua e priva del sovracuto vocale (sostituito da una repentina forte nota del primo violino, Manacorda, con un tempismo ed una precisione da team Ferrari...) e neanche nella seconda aria è riuscita a convincere che quella parte sia tagliata per lei. Il trionfatore della serata, assieme a Claudio Abbado, è stato comunque Nicola Ulivieri (Papageno al debutto), il migliore in assoluto. Questi i giudizi telegrafici sui singoli: Matti Salminen (Sarastro) affidabile come attore ha voce profonda e morbida, molto intonata. Christoph Stehel (Tamino) è veramente una bella voce mozartiana chiara e capace di un legato prezioso, avvolgente in maniera controllata anche il canto d’agilità. Rachel Harnisch (Pamina) brava come attrice ha dalla sua la grazia del portamento e dei... portamenti vocali, buona la dinamica in tutta la gamma del registro. Nicola Ulivieri (Papageno) è stata la voce più bella è più applaudita della serata, come già detto. Julia Kleiter (Papagena) brava e brillante come attrice, vocalmente in linea con l’apprezzabile livello medio del cast. Ingrid Kaiserfeld (Astrifiammante) una buona voce per i teatri di provincia, manca di aggressività e imperio, il che può precluderle l’identità con ruoli importanti. Caroline Stein, Heidi Zehnder, Anne-Carolyn Schlüter (Tre dame) sensuali, seducenti, peccaminose e magnetiche: ottima prestazione. Georg Zappenfeld (Oratore) voce calda e ben modulata ha assolto il compito con rigore e professionalità. Kurt Azesberger (Monostato) adatto nel ruolo, anche per via di una certa imponenza somatica che lo inserisce naturalmente nei caratteri del malfidente e del bugiardo, insomma del "cattivo". Comprimari, attori e mimi tutti all’altezza del ruolo loro affidato. Tölzer Knabenchor (Tre fanciulli) molto aggraziati e applauditissimi. Coristi del Festspielchor Baden-Baden assai ben preparati dal loro maestro, Anne Manson. Graziano Gregori, scenografo, fantasioso con misura giusto per la seduzione visiva. Carla Teti, costumi molto belli. Guido Levi, luci, l’altra faccia (quella luminosa) della seduzione visiva. Tripudio d’applausi. Ovviamente.

 

DER TAGESSPIEGEL
22.4.2005

Heiter ist die Anarchie
Wenn der Sohn mit dem Vater: Claudio und Daniele Abbado wagen sich in Reggio Emilia gemeinsam an Mozarts „Zauberflöte"

Von Frederik Hanssen

„Fare la scarpetta" – ein Schühchen machen, nennen es die Italiener, wenn ihnen etwas so gut geschmeckt hat, dass sie mit einem Stück Brot noch den allerletzten Tropfen Soße vom Teller tunken. Auch das Publikum im Teatro Valli von Reggio Emilia wollte den Abend so lange wie möglich auskosten, klatschte sich in Rage, schrie „Bravo!", warf Blumen. Mitten unter den Darstellern, in geradezu kindlicher Ausgelassenheit: Claudio Abbado. Fast 72 Jahre alt musste der Dirigent werden, um sich an Mozarts „Zauberflöte" zu wagen. Fast 50 Jahre ist Abbado im Musiktheater aktiv, doch sein Repertoire umfasst kaum mehr als 30 Bühnenwerke. Oft hat er viele Jahre gezögert, eine Partitur immer wieder studiert, bis er sich eine eigene Interpretation zutraute. Die „Zauberflöte" war so ein Fall. Da musste schon Daniele Abbado kommen, um den Pappà zu überreden.

Der 47-Jährige ist seit Herbst 2002 Intendant des Theaters von Reggio Emilia, dem Bielefeld Italiens: Eigentlich unbedeutend, aber sehr wohlhabend. Für das elegante, in klassizistischem Gold-Weiß gehaltene 1200- Plätze-Haus von 1857 kaufte man bislang vor allem Produktionen aus den Nachbarstädten Bologna und Parma ein. Dann kam Abbado junior, der Schauspielregisseur aus Mailand, und rief „Stop al melodramma": Statt teuren Opern-Importen wollte er Eigenes, Experimentelles anbieten. Das gab Zoff, Debatten entbrannten in der Lokalzeitung, Abonnenten drohten mit Kündigung – bis Daniele einen Trumpf aus dem Ärmel zog: Ab April 2005 solle es dann wieder Musiktheater geben. Und Claudio Abbado höchstselbst würde eine Neuinszenierung in Reggio Emilia leiten, erstmals mit seinem Sohn zusammenarbeiten!

Seit seiner Magenkrebs-Operation hat der Dirigent die Zahl seiner Auftritte massiv reduziert. Was jeden Abbado-Abend automatisch zu einer Rarität macht. Die Karten-Nachfrage war so groß, dass man sich entschied, die Premiere auf drei Mega-Videoleinwänden in die beiden anderen Theater der Stadt zu übertragen sowie auf die zentrale Piazza. Gleich im Anschluss geht die Produktion nach Ferrara, Mitte Mai gibt es drei Aufführungen in Baden-Baden, im Herbst folgt ein Gastspiel in Modena. Sowohl ein CD- wie auch ein DVD-Mitschnitt sind fürs Mozart-Jahr 2006 angekündigt.

„Die Zauberflöte" und der Maestro treffen genau zum rechten Zeitpunkt aufeinander. Durch die Krankheit von allen Fesseln des Musikbusiness befreit, hat Abbado sich auch mental von jedem Kompromiss-Denken abgekoppelt. Er hat mit 200 Intellektuellen, darunter Nadine Gordimer und Jose Saramago, einen Aufruf unterschrieben, in dem Castro und seine kubanische Revolution verteidigt werden, er fordert kostenlose Kultur für alle und erzählt begeistert von Venezuela, wo die Regierung Straßenkinder mit Musikunterricht versorgt. Ein heiterer Anarchist scheint er zu werden, wie Mozart. Und geht doch ebenso wie der Salzburger Komponist in seiner Kunst weit über jede platte Provokation hinaus.

Abbados „Zauberflöten"-Interpretation spannt auf faszinierende Weise Rokoko und Aufklärung zusammen: Fein und duftig der Klang, von höchster Grazie wie die Ornamente in Sanssouci, und doch durchpulst von einem Geist, der Klarheit will und selbstständiges Denken fordert. Mit dem Mahler Chamber Orchestra hat Claudio Abbado ein Ensemble zur Seite, das dem alten Denken vom absolutistisch herrschenden Kapellmeister und seinen Musiker-Untertanen vollständig entwachsen ist. Hier wird jeder Ton hinterfragt, jeder Begleitakkord ernst genommen, in Zusammenhang mit dem Ganzen gesetzt. Hundert herrliche Details sind darum zu entdecken, über die sonst hinwegmusiziert wird.

Manch hübsche Idee haben Daniele Abbado und sein Bühnenbildner Graziano Gregori gehabt, wie jenen Käfig, dessen Gestänge bei den Klängen des Zauber-Glockenspiels in sich zusammensinkt (weil es aus Seilen besteht). Monostatos (feurig: Kurt Azesberger) haust in einem riesigen Löwenkopf, die drei Damen machen ebenso bella figura wie die tanzenden Tiere (Kostüme: Carla Teti). Dennoch verdichtet sich das kurzweilige Arrangement letztlich nicht zur Regie, weil im Gegensatz zur musikalischen Seite kein klarer Deutungsansatz erkennbar wird. Und auch eine analysierende Personenführung findet nicht statt. Mit den Händen darf jeder machen, was er will: Bei Matti Salminens Sarastro fällt die konventionellen Gestik nicht ins Gewicht, weil er alle Aufmerksamkeit durch die Wärme seines charaktervollen Basses fesselt. Ingrid Kaiserfeld lässt die Königin der Nacht durch ihr Herumfuchteln dagegen schwächlich erscheinen – womit das Machtgefüge des Stücks aus dem Gleichgewicht gerät.

Jede Bewegung sitzt beim hinreißend lockeren Papageno von Nicola Ulivieri, auch wenn man bei ihm nicht alles vom deutschen Text versteht. Als hohes Paar treten Christoph Strehl und Rachel Harnisch auf, er ein smarter Tamino mit heldischem Einschlag, sie eine Pamina mit idealem Alabaster-Timbre. Und doch: Wer in einer der seitlichen Logen saß, aus denen man Claudio Abbado beim Dirigieren beobachten konnte, mag an diesem Abend häufiger in den Orchestergraben geschaut haben als auf die Bühne.